(Foto di Emanuele Capoferri)

L’Accordo di Parigi suggerisce che per la sicurezza di tutti gli stati mondiali il riscaldamento andrebbe contenuto almeno entro 2°C rispetto al periodo preindustriale, o meglio ancora entro 1.5°C. Ad oggi abbiamo già toccato quota 0.7 gradi e il trend è in continua accelerazione. Ne abbiamo parlato con Matteo Zampieri, fisico e ricercatore veronese del Joint Research Centre (Comunità europea).

Da Donald Trump a Vito Comencini, «i cambiamenti climatici non esistono o comunque non dipendono dall’uomo». A giudicare dalle scelte quantomeno discutibili del 45° presidente americano di uscire dagli Accordi di Parigi sul clima (COP21), di cancellare i finanziamenti al CSM (Carbon Monitorign System) e di ridurre drasticamente i fondi ad altri programmi di controllo delle emissioni e di studio delle scienze della Terra della Nasa, la questione ambientale – almeno alla Casa Bianca – non sembra essere una priorità, né tantomeno un problema.

A dare manforte a un nuovo corso negazionista sui cambiamenti climatici, ridimensionando il ruolo dell’uomo e della sua impronta sul sistema globale, ci ha pensato anche l’on. Vito Comencini, deputato veronese della Lega, che lo scorso 14 aprile al Liston 12 ha organizzato una conferenza dal titolo “Climatismo, la nascita di una nuova ideologia?”, alla quale hanno preso parte in qualità di relatori Mario Giaccio, professore ordinario di Tecnologia e innovazione all’ateneo di Chieti-Pescara e autore dell’omonimo libro sul climatismo, e il professor Franco Battaglia, docente di chimica e fisica all’università di Modena. Secondo i professori intervenuti all’uomo sarebbero riconducibili soltanto il 5 per cento delle cause che stanno alla base delle variazioni climatiche: «ci stanno convincendo che basterà ridurre un poco le emissioni prodotte dalle attività umane per rallentare i cambiamenti climatici. – hanno spiegato – L’ambientalismo ha di fatto sostituito il socialismo come religione laica, i crediti di carbonio sono le nuove indulgenze per pulirsi la coscienza».

Noi abbiamo fatto visita a Matteo Zampieri, veronese, di Lugo di Grezzana, laurea e dottorato in fisica, impegnato nel campo della meteorologia e del clima dal 2002. Oggi Zampieri è dipendente della Comunità Europea e lavora al Joint Research Centre, con sede ad Ispra, sul Lago Maggiore, dove studia gli effetti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura a scala globale.

 

Matteo Zampieri

Dott. Zampieri, le enfatizzazioni riguardanti il cambiamento climatico in atto, nel bene o nel male, sono molteplici. C’è chi tende ad assumere posizioni catastrofiche e chi, dall’altra parte, sminuisce il fenomeno. Che dimensione e che grado di attenzione dobbiamo dare al cosiddetto “riscaldamento globale”.

Il riscaldamento globale rappresenta una perturbazione del sistema terra che va contenuta il più possibile. Il recente accordo di Parigi, suggerisce che per la sicurezza di tutti gli stati mondiali il riscaldamento andrebbe contenuto almeno entro 2°C rispetto al periodo preindustriale, o meglio ancora entro 1.5°C. Considerando che abbiamo già raggiunto circa 0.7 gradi di riscaldamento globale, e che il trend è in continua accelerazione, possiamo capire la gravità del problema.

 

Il 2017 in Italia è stato uno degli anni più caldi di sempre. Il 2018, almeno fino allo scorso aprile, sembrava seguire lo stesso trend. Ci dobbiamo abituare a un innalzamento costante delle temperature o si tratta di andamenti oscillatori e casuali?          

Il trend di temperature non è costante e su scala locale si sommano segnali di variabilità inter-annuale e decadale molto importanti. Le estati in Italia si sono riscaldate molto più velocemente negli anni 90, mentre adesso potrebbero stabilizzarsi. Sul lungo periodo (cioè nell’arco di 50-100 anni) il Mediterraneo è una delle regioni destinate a riscaldarsi e seccarsi di più, con conseguenze drammatiche per la società e per gli ecosistemi.

 

Alcuni degli effetti climatici che colpiscono di più l’opinione pubblica (almeno per quanto riguarda il nostro Paese), sono le precipitazioni improvvise, a carattere torrenziale, le cosiddette “bombe d’acqua”, che a detta di molti sembrano essere un fenomeno nuovo e sempre più frequente. È davvero così?

Ci sono dei motivi termodinamici per cui un’atmosfera più calda può contenere più umidità e quindi produrre precipitazioni più intense. Tuttavia, questo effetto si dimostra per poche regioni del mondo e su tempi lunghi. È molto difficile dimostrare che un singolo evento possa essere dovuto al cambiamento climatico o se invece è successo semplicemente per caso.

 

L’aumento di Co2 nell’atmosfera sembra essere una delle cause principali dell’innalzamento delle temperature e quindi dei rischi correlati. Le politiche internazionali dettate dal Protocollo di Kyoto prima, e dalla conferenza di Parigi poi, sono sufficienti a garantire un contenimento delle emissioni?

Serviranno certamente molti sforzi per contenere e ridurre le emissioni di CO2.  In effetti, l’aumento di CO2 e degli altri gas serra è riconosciuta come la causa principale del riscaldamento globale. I modelli climatici riescono a riprodurre il trend osservato solo se i gas serra vengono aumentati come nelle osservazioni, altrimenti il clima della terra si sarebbe leggermente raffreddato. Le riduzioni delle emissioni di gas serra possono sicuramente aiutare a contenere il problema. Tuttavia, servono sforzi molto importanti ed è necessaria una risposta diplomatica forte a questo riguardo. In questo senso, l’Europa svolge un ruolo primario su scala locale e mondiale.

 

I tentativi fin qui realizzati di produrre energia da fonti rinnovabili a scapito del carbon fossile possono costituire una solida base per evitare l’utilizzo dei combustibili tradizionali?

Al momento le energie rinnovabili possono sostituire un’ampia porzione di carbone, petrolio e gas naturali consumati globalmente. Tuttavia, servono ulteriori sviluppi di queste tecnologie che vanno comunque accompagnate da un aumento del risparmio e dell’efficienza energetica. La transizione verso le rinnovabili è stata recentemente discussa dai G20 in Argentina.

In Europa è attualmente attiva una normativa mirata a raggiungere l’obiettivo del 20% di produzione di energia da fonti rinnovabili entro il 2020. L’Unione Europea fornisce le guide per i paesi membri per progettare e riformare gli schemi di supporto per le rinnovabili. I piani nazionali sono pubblici e ogni paese membro pubblica ogni due anni un report che dichiara i progressi verso questo obbiettivo.

Per esempio, l’uso di biomassa come sorgente di energia può abbassare la dipendenza dell’UE rispetto agli altri paesi e ridurre le emissioni di gas serra. L’uso di biofuel derivato dalla biomassa offre una alternativa rinnovabile ai combustibili fossili nel settore del trasporto pubblico. Tuttavia, per evitare la produzione di biofuel in modo che possa causare danni ambientali o in competizione con la produzione di cibo, l’UE ha definito un set di criteri di sostenibilità. Solo il biofuel che soddisfa questi criteri può ricevere il supporto dei governi o essere conteggiato per quanto riguarda gli obiettivi nazionali sulle energie rinnovabili. L’Europa favorisce obiettivi anche più ambiziosi nel campo della transizione verso le energie pulite e si pone così come leader in campo globale.

 

Cosa stiamo rischiando concretamente? Sappiamo che si stanno scaldando gli oceani e addirittura le parte più profonda della crosta terrestre. Intere aree sono esposte al rischio siccità e desertificazione. Esistono dei modelli previsionali che ci danno idea di quella che potrebbe essere una trasformazione della Terra da qui ai prossimi 50/100 anni?

Esiste un insieme di modelli prodotti più o meno indipendentemente dai principali centri di ricerca nel mondo. Questi vengono migliorati costantemente e circa ogni sette anni producono dei risultati che sono coordinati da un organismo internazionale, il Pannello Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), sostenuto dalla Organizzazione Meteorologica Mondiale e dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente. I risultati vengono riassunti in un report in collaborazione con centinaia dei migliori scienziati attivi sull’argomento. Il report è distinto in una parte riguardante la comprensione scientifica dei fenomeni, una sugli impatti del cambiamento climatico sull’ambiente e sulla società, e una parte sulle possibilità di adattamento. Molti scienziati della Commissione Europea – Joint Research Centre (JRC) sono direttamente o indirettamente coinvolti in questi studi e nella redazione dei rapporti dell’IPCC. Adesso si sta producendo un report speciale sui costi e benefici legati all’obiettivo di contenere il riscaldamento globale a 1.5°C invece che a 2°C.

Ci sono molti motivi per credere che gli estremi climatici legati al cambiamento climatico possano avere impatti molto seri sulla società. Per esempio, ondate di calore e siccità interferiscono significativamente sulle produzioni agricole. Il supporto all’agricoltura e la sicurezza alimentare è, infatti, uno dei temi principali che coinvolgono le attività della Commissione. Il JRC, a questo proposito, ha appena pubblicato un atlante globale della desertificazione.

 

Lei lavora per la Comunità Europea. Quali strumenti utilizzate per diffondere una cultura di attenzione nei confronti di questi temi?

L’organismo per cui lavoro è il Joint Research Centre, che è un direttorato della Commissione Europea dedicato al supporto scientifico per la determinazione delle politiche europee. Il JRC ha un mandato chiaro: il supporto di tutte le politiche Europee con evidenze scientifiche indipendenti per il beneficio di tutti i cittadini dei paesi membri. La strategia di comunicazione esterna del JRC identifica tre interlocutori principali: il primo sono i servizi interni alla Commissione, inclusi i Gabinetti dei Commissari, il secondo i partner esterni, incluse altre istituzioni Europee, i responsabili decisionali e politici nazionali e la comunità scientifica interessata al campo della scienza a supporto della politica, e, infine, i cittadini europei, le scuole, le imprese e la società civile. Tutti gli studi del JRC sono anche pubblicati e disponibili gratuitamente sul nostro sito internet.

 

CHI È MATTEO ZAMPIERI

Nasce a Verona il 5 marzo 1977 e risiede a Lugo di Grezzana. Possiede una laurea e un dottorato in fisica e lavora nel campo della meteorologia e del clima dal 2002. Da allora, ha collaborato con diverse università e istituti di ricerca italiani, come l’Università di Bologna, il CNR e il CMCC, ed esteri, come il Laboratoire de Météorologie Dynamique dell’École Normale Supérieure e l’Institute Pierre Simon Laplace a Parigi, l’Universita’ di Łódź in Polonia, il Centro Ellenico di Scienze Marine (ΕΛ.ΚΕ.Θ.Ε.) ad Anavyssos nei pressi di Atene e l’Università della Scienza e Tecnologia del Re Abdullah a Jeddah, in Arabia Saudita. Attualmente è dipendente della Comunità Europea – Joint Research Centre, con sede ad Ispra, sul Lago Maggiore, dove studia gli effetti dei cambiamenti climatici sull’agricoltura a scala globale. È autore di una trentina di articoli scientifici “peer reviewed”, che è un processo tramite il quale la ricerca proposta per la pubblicazione è valutata da un gruppo di esperti del settore, che rimangono anonimi. Questo processo assicura una divulgazione scientifica basata sulla trasparenza e la riproducibilità degli esperimenti e delle analisi sulla base dei principi di Galileo. Uno degli ultimi studi riguarda l’effetto delle ondate di calore e della siccità sulla produzione di grano a scala globale,che ha attirato l’attenzione anche della stampa internazionale. È possibile consultare liberamente la produzione di Matteo (come di tutti gli altri scienziati del mondo) sul sito Google Scholar o su Researchgate.net. Zampieri pratica attività sportive e yoga, colleziona auto d’epoca e fa parte di diversi gruppi musicali rock e punk.

Produzione mondiale di grano ed anomalie legate ai maggiori produttori (Europa, Cina, India, Russia, Stati Uniti, Canada, Ucraina e Australia). L’indice in basso individua le anomalie che si possono associare al clima (Zampieri et al., Environmental Research Letters 2017).