Sabato al Teatro Nuovo la finale del Premio Internazionale “Scrivere per Amore” che incorona l’opera narrativa edita in Italia che meglio ha saputo affrescare il sentimento più antico, così intimo e così universale.

Una forza drammatica lo definisce lo psicoterapeuta Umberto Galimberti. La migliore risposta all’imperativo darwiniano per l’antropologo Giorgio Manzi. L’amore sta forse nei suoi contorni, ribadisce con la sua penna da anni il fumettista Milo Manara. Saranno loro insieme al magistrato Guido Papalia e alla scrittrice Mariapia Veladiano, vincitrice dell’edizione 2016, a formare la giuria che sabato al Teatro Nuovo svelerà il vincitore del premio letterario internazionale “Scrivere per amore”. Da 22 edizioni, il concorso promosso dal club di Giulietta con numerose partnership, incorona l’opera narrativa edita in Italia che meglio ha saputo affrescare il sentimento più antico, così intimo e così universale.

Tre i finalisti che si contendono lo scettro del miglior cantore. Scrivere è un atto d’amore per ciò che non si vede e che, per vedere, tocca ridurre in frasi dice Sandro Campani con il suo “Il giro del miele” (Einaudi). Scrivere d’amore è un esercizio di ingenuità per Giorgio Fontana, che nel suo “Un solo paradiso” (Sellerio) si è offerto al lettore così, con gratuita purezza. Scrivo dunque amo, sottolinea invece Sergio Claudio Perroni che con “Il principio della carezza” (LA Nave di Teseo)  mette su carta quell’amore che è alveo e foce di ogni scrittura. Quello che sembrano dire tutti gli autori è che, nell’intreccio delle parole, diventa meno acuto il dolore delle occasioni perdute. Nello spazio di un paragrafo, gli abbracci spariti possono ancora essere dolcemente capiti. Perché scrivere, in fondo, rimane l’unica arma per rendere innocue le persone che amiamo.

 

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