Il 4 maggio prenderà il via a Verona la nuova edizione del Festival biblico. La manifestazione vedrà una serie di appuntamenti di anteprima, dal 20 al 22 aprile, a Cavaion veronese, dove verranno approfonditi i temi riguardanti la terra e i suoi frutti, tra cui la vite e l’olivo.

Nel mese che si è aperto con la Santa Pasqua e nel quale va in scena la 52^ edizione di Vinitaly, preludio di un altro importante evento che riguarda alcune città venete, tra cui appunto Verona, ovvero il Festival Biblico, abbiamo chiesto a monsignor Martino Signoretto, Vicario Episcopale per la Cultura della Diocesi scaligera, l’origine del vino e dell’olio contenuta nei testi sacri.

Don Martino, vite e olivo sono segni antichissimi.

Quando inizia la nuova umanità, con Noè, dopo il diluvio universale, quando Dio decide di ricominciare, abbiamo due segni importanti: il ramo d’ulivo nel becco della colomba, che indica l’incontro con la terra ferma, e la descrizione di Noè che appena mette piede sulla terraferma inizia a stanziarsi e una delle prime cose che fa è piantare una vigna, vinificare e addirittura ubriacarsi.

Che significato poteva avere il piantare una vigna al tempo?

Il fatto che Noè vinifichi ci dice che lui si rapporta subito con la Terra rispondendo al mandato iniziale: “Crescete, moltiplicatevi, dominate la Terra, riempitela” (Genesi 1). Piantare un vigneto e coltivarlo, significa essere confidente proprio con la Terra. In Oriente, ad esempio, il termine “giardino” indica il frutteto, soprattutto la vigna. Nell’immaginario orientale è la vigna che determina la qualità simbolica di un giardino, tant’è che il sogno di molti palestinesi, ancora oggi, che magari hanno una casa anche sgarrupata, è di avere una pianta di vite, perché per loro, stare seduti e prendersi un grappolo d’uva mentre si chiacchera, mentre si prende il narghilè, ha un significato profondo: ricevo ciò di cui mi sono preso cura.

Nella Bibbia ci sono altri riferimenti al vino?

Tantissimi. C’è tutta una letteratura che attraversa la Bibbia: dal Cantico dei Cantici, dove il vino diventa simbolo dell’amore, all’acqua trasformata in vino durante le nozze di Cana, fino all’ultima cena, quando per Gesù il vino diventa il suo sangue. Un vino che va contemplato però. La contemplazione è il fatto che io scelgo un calice, l’annuso, la lascio strofinare sui denti, me lo godo, me lo guardo, non lo consumo di getto, non voglio trangugiarlo. Non perché mi limito, ma perché il rito si è concluso nella contemplazione.

Contemplare che è diverso da esagerare.

Contemplazione che è diversa da moderazione, nella quale rientriamo ancora nel campo della morale. Bere con moderazione nasconde l’idea che potrei anche trasgredire. Contemplare significa fare una scelta consapevole e apprezzare il momento. È un invito anche ai giovani, ai quali non insegniamo questa differenza fondamentale.

Anche nella storia di Gesù l’elemento vino è fondamentale dal punto di vista simbolico.

Gesù ha trasformato il vino in un brand universale: dove c’è pane e vino c’è un richiamo eucaristico. L’ultimo brindisi di Gesù non è quello dell’ultima cena, quello in cui il vino contenuto nel calice diventa il suo sangue. Di lì a poco, quando Gesù sarà nell’orto degli ulivi, rivolgendosi a Dio dirà: “Padre, allontana da me questo calice”.

Cosa intendeva?

Fin dall’antichità bere un bicchiere di vino con qualcuno significa creare un’alleanza, significa stabilire un patto. Quel bicchiere esprime un’assunzione di responsabilità che diventa metafora. È come se Gesù chiedesse al Padre di allontanare da sé la grande responsabilità che gli è stata affidata. Un significato potentissimo.

E l’olio?

L’olio lascia un segno anche quando cade sulla pietra. Dobbiamo pensare a un suo utilizzo sacrale ancor prima che alimentare. Ad un certo punto della storia i re venivano unti, cosi come i profeti o i sacerdoti come segno di consacrazione, venivano segnati per sempre. L’olio era usato anche nella lotta greco romana: i lottatori si ungevano per non farsi avvinghiare dagli avversari. L’olio, dunque, è segno di consacrazione ma anche “antidoto” del male e del peccato, come ancora oggi accade nel Battesimo.