Ce lo insegna la Comunicazione nonviolenta. Ma è davvero possibile far crescere i nostri figli senza cedere a ricatti o a gratificazioni materiali?

 

ALZI LA MANO chi non è mai stato punito, da bambino. E chi non ha mai ricevuto un premio per aver «fatto il bravo». Quante volte siamo stati puniti per la stessa cosa («sistema quella camera! Se non la sistemi, non puoi uscire!»), e quante volte abbiamo fatto “i bravi” solo per ottenere qualcosa («vuoi quel gioco? Allora prendi un bel voto a scuola»)? Messa giù in questa maniera, appare chiaro che premi e punizioni abbiano un’efficacia relativa. Viene quindi da chiedersi se esista un modo diverso, per far sì che i nostri figli sistemino la loro stanza, studino, collaborino alla quotidianità domestica. Ne abbiamo discusso con Mario Bonfanti, formatore, esperto di Comunicazione nonviolenta (CNV). «Educare senza premi né punizioni è possibile, ed è insieme una grande sfida e rivoluzione culturale. Ci chiede, infatti, di cambiare radicalmente il paradigma cui siamo stati educati: un modello sociale che divide i buoni dai cattivi, premiando i primi e castigando i secondi. Un modello trasversale: lo vediamo in azione non solo in ambito educativo, ma anche lavorativo e giudiziario. Addirittura nei film e nei cartoni animati. Educare senza premi né punizioni significa, quindi, contribuire ad un cambiamento culturale profondo». Nel concreto, che cosa c’è di sbagliato nel punire il proprio figlio, nel caso in cui si comporti male? «Marshall Rosenberg, ideatore della Comunicazione nonviolenta, rispondeva a questo quesito con due domande: Che cosa voglio che il bambino faccia in modo diverso? Se ci poniamo solo questa domanda, possiamo pensare che la punizione ogni tanto funzioni. Tuttavia, con la seconda domanda, ci rendiamo conto che la punizione non funziona mai: quali voglio che siano i motivi per cui mio figlio si comporti diversamente? Se rientro a casa e trovo mio figlio che sta guardando la televisione invece di fare i compiti e per punizione gli vieto di vederla, avrà capito l’importanza che i compiti hanno per il suo futuro? Avrà colto il mio bisogno che impari a gestire meglio il suo tempo? Temo di no. E temo anche che mi viva con ostilità e adotti strategie di ribellione, guardando la tv di nascosto. Lo stesso vale per i premi. Se dico a mio figlio: “Se fai i compiti, ti lascio guardare la televisione” avrà capito il senso e il valore dei compiti oppure li farà -magari di fretta e male – solo per vedere la televisione?».

L’IDEA ALLA BASE, quindi, è quella di spiegare perché si richiede che un comportamento venga tenuto (o meno), lasciando il tempo necessario perché maturi una consapevolezza che sarà così duratura nel tempo e solida, proprio perché interiorizzata, capita e condivisa. Base di questo processo comunicativo tra adulto e bambino è la Comunicazione nonviolenta (CNV), «un semplice, naturale e straordinario linguaggio che migliora la relazione con se stessi e con gli altri (in famiglia, a scuola, sul lavoro…) sviluppando l’empatia.  Porta la consapevolezza su quattro punti fondamentali (osservazione, sentimenti, bisogni e richieste) che facilitano la relazione: ci fa preferire l’osservazione dei fatti ai giudizi, ci permette di avere chiarezza su ciò che sentiamo e sull’origine del nostro sentire, ci aiuta a riconoscere i nostri bisogni e valori e a fare nel presente richieste precise e concrete». È un modello semplice, chiarisce Bonfanti, che richiede però molta pratica: «più precocemente un bambino viene educato in questo modo, più farà sua la CNV, che sarà uno strumento utile per relazionarsi agli altri con empatia e risolvere conflitti in modo pacifico per tutta la vita». Un dono, quindi, che ogni genitore può fare al proprio figlio, ma anche a se stesso, mettendosi per primo in discussione e andando a scardinare, con coraggio, archetipi culturali estremamente radicati nella nostra società.

Mario Bonfanti