L'AD di Revo Spac Alberto Minali.
L'AD di Revo Spac Alberto Minali.

L’ex AD di Cattolica Alberto Minali, assicuratore dell’anno 2018 ai “MF Insurance & Previdenza Awards”, capace di portare nella compagine della società di Lungadige Cangrande nientemeno che il guru della finanza mondiale Warren Buffet, è uscito di scena a fine 2019 con un ritiro delle deleghe da parte del CDA presieduto da Paolo Bedoni che ancora oggi rimane un mistero. Minali si è rimboccato le maniche e dopo una chiamata del Santo Padre a Roma per entrare nel Consiglio per l’Economia del Vaticano, ha fondato, assieme all’amico manager Claudio Costamagna, Revo Spac con l’aiuto di Fondazione Cariverona, Vittoria Assicurazioni e SCOR. Revo, per stessa ammissione del neo AD, sarà un Giano bifronte: un’operations a Milano, ma una testa di ponte molto importante a Verona.

Dott. Minali, partiamo da Revo. Come nasce l’idea e perché il modello della Spac?

Una Spac, dopo due anni di silenzio nel mercato italiano, perché tramite le nostre banche collocatrici (Intesa, UBS ed Equita) abbiamo capito che si poteva costruire un veicolo molto interessante, innovativo, in cui si potessero allineare gli interessi dei promotori e degli investitori.

Qual è stato l’impatto iniziale?

Un impatto molto positivo, in pochi giorni abbiamo raccolto oltre 240 milioni di euro. Abbiamo poi dovuto fare una specie di signin down tornando a una quota periscopica di circa di 220 milioni perché la preoccupazione che abbiamo è quella di dare una ottima remunerazione ai nostri investitori e partire con troppo capitale poteva diventare troppo difficile da gestire. In questo momento segnato dal Covid e con mercati incerti, volatili, raccogliere una cifra così importante per un progetto che è ancora sulla carta, ma che diventerà realtà fra qualche mese, significa che è stato apprezzato anche il nostro lavoro del passato.

Quali obiettivi e quali aspettative riponete nel nuovo progetto?

Alberto Minali, assicuratore dell’anno 2018 ai “MF Insurance & Previdenza Awards”

Ci sembra di vedere nel mercato italiano una sotto-assicurazione cronica per le piccole e medie imprese che rappresentano l’ossatura portante del nostro Paese. Pensiamo che ci sia l’opportunità di offrire nuove soluzioni alle PMI, e questa è una gamba del nostro progetto, e poi pensiamo anche di poter lanciare una nuova gamma di prodotti che sono i rischi parametrici, le soluzioni parametriche: abbiamo l’ambizione di cambiare anche il paradigma assicurativo, cioè di sostituire i concetti di “sinistro” e di “danno” con il concetto di “evento” per fare dei prodotti più semplici, più trasparenti e più veloci nella liquidazione. Vorremmo diventare leader nei prossimi cinque anni, quindi dobbiamo correre molto, davanti ci sono dei campioni nazionali e degli operatori stranieri.

C’è già una compagnia su cui avete puntato gli occhi per finalizzare la Spac?

Abbiamo stilato una lista di otto possibili candidati. Al momento la Spac è una società veicolo, è tecnicamente una Spa nella forma della Spac piena di cassa, ma che diventerà operativa nel momento in cui noi andiamo a comprare una società di assicurazione target con cui poi ci fonderemo. Contiamo di avere un’idea del target entro un mese e di chiudere tutta l’operazione di acquisizione e di fusione entro la fine del 2021.

Aprire nuovi orizzonti espone la neo compagnia a dei rischi. Si tratta di una sfida, di una scommessa o di uno scenario ben ponderato e calcolato il vostro?

Sicuramente il tema dei rischi è importante: faremo ottimo uso del capitale che ci hanno dato gli investitori e qui mi permetto di ringraziare direttamente Fondazione Cariverona, che da subito ci ha appoggiato in questa iniziativa, Vittoria Assicurazioni e SCOR, tre grandi sponsor che credono in questo progetto. Il capitale degli investitori è sacro, quindi va trattato con massima attenzione. Abbiamo anche la modalità di gestire il nostro profilo di rischio tramite la riassicurazione, quindi con accordi di riassicurazione con compagnie primarie del mercato alle quali scarichiamo i nostri rischi. Vantiamo esperienza su questi temi, quindi lo faremo con accortezza, determinazione e anche con la conoscenza del mercato che deriva dall’esperienza.

Come avete fatto a convincere, in primis, Fondazione Cariverona?

Quando siamo andati da Fondazione Cariverona, sia col presidente Alessandro Mazzucco sia col direttore generale Giacomo Marino, abbiamo parlato la stessa lingua, ovverosia la voglia di creare un operatore nuovo nel mercato italiano; da parte loro c’è stata un’esigenza, manifestata subito, in maniera molto chiara, di creare anche qualcosa che avesse un riverbero sul territorio veronese. Di fatto la nostra società è una sorta di Giano bifronte, perché avrà un’operations a Milano, per quanto concerne il rapporto con i broker, con gli eventuali agenti e sottoscrittori di rischi, ma avrà una testa di ponte molto importante a Verona, perché nella nostra città metteremo tutta la parte di tecnologia.

Vittoria e SCOR?

Per quanto riguarda le altre due società di assicurazioni, sono legato a Vittoria da un forte legame di stima con il dott. Carlo Acutis e il dott. Cesare Caldarelli, che hanno visto la nostra iniziativa come qualcosa da appoggiare; poi il fatto che SCOR abbia deciso di investire nella nostra struttura 15 milioni di euro con un low cap di un anno, come gli altri sponsor, essendo il principale riassicuratore nel mondo dei rischi speciali, dà un po’ l’idea della caratura della qualità del nostro progetto.

C’è anche l’università di Verona.

Certo, abbiamo già sottoscritto un protocollo d’intesa con la Facoltà di Informatica, la cui presidenza è del professor Roberto Giacobazzi, che ci ha davvero aiutato molto. Vorremmo lanciare insieme all’ateneo, come sponsor, un Master o un corso di laurea sull’artificial intelligence. Cerchiamo di portare delle competenze nuove nel territorio veronese per dare anche una spinta alla nostra città che tanto ci ha dato e merita.

Vittoria Assicurazioni e la stessa Cariverona sono nomi usciti anche nel momento in cui Cattolica ha annunciato l’ingresso di Generali, proprio per creare un’alternativa al leone di Trieste.

Io non ho delle conoscenze dirette dei fatti, so da alcuni interlocutori che c’è stato un grande lavoro fatto da Vittoria Assicurazioni per avvicinarsi a Cattolica, per fondersi con lei, lasciando anche quest’ultima in una posizione molto importante, considerando anche le dimensioni dei due player.

Che Gruppo sarebbe nato?

Un Gruppo assolutamente molto interessante, il terzo gruppo assicurativo italiano e il quarto o il quinto probabilmente a livello complessivo di raccolta vita e danni. I vertici di Cattolica, per motivi a me ignoti, hanno deciso di non presentare nemmeno questa ipotesi al Consiglio di amministrazione percorrendo invece una strada che mi è sembrata un po’ meno razionale, forse, un po’ più strana, verso Trieste.

La difesa della territorialità, in ambito finanziario, è da considerare una virtù o un limite nel mercato globalizzato odierno?

Io mi ero fatto l’idea che bisognasse andare fuori dalle mura di Verona per poter rimanere molto presenti all’interno delle mura di Verona. È stata decisa un’altra strada, con la revoca delle mie deleghe è stato evidente il cambio di rotta, e quindi adesso si raccolgono i frutti. Bisognerebbe chiedere a chi ha seminato e piantato questi semi se adesso è contento dei frutti che si stanno raccogliendo.

Le dispiace?

Da AD di Cattolica per oltre due anni e mezzo va detto che Cattolica è una società ben radicata nel tessuto cittadino e regionale, però è una società a vocazione nazionale. Quindi secondo me il territorio su cui doveva insistere è l’Italia; è stata fatta invece una difesa apodittica quasi dei concetti di territorio e di valore, poi quale fosse il significato di queste parole lo abbiamo scoperto più tardi, e alla fine Cattolica si è persa, la città ha perso questo asset importante, questo polmone finanziario.

Generali e Cattolica, due realtà che conosce molto bene. Quale sarà l’evoluzione di questo matrimonio? Ci sarà l’Opa?

Questo non lo so, stiamo parlando di due società quotate di grandissimo livello e a cui sono legato per trascorsi professionali. Qui dovrebbe prevalere la logica di mercato, cioè, una società che esprime un valore notevolmente inferiore in borsa rispetto al suo patrimonio netto rettificato, con una presenza di un azionista molto importante all’interno del Consiglio, secondo me è una società che dovrebbe essere oggetto di un’Opa o di un’Ops. Ma questa decisione sta nelle mani del Leone, per cui non possiamo interferire.

La Spa era l’unica via percorribile? Il modello della cooperativa è davvero anacronistico?

Io sono stato accusato da alcune persone di aver spinto per la soluzione Spa, in realtà io non ho mai avuto l’intenzione di trasformare Cattolica in una società per azioni. Ho sempre ritenuto che una società cooperativa che venisse temperata con le migliori esperienze del mercato finanziario e una struttura manageriale adeguata potesse competere a testa alta. Prova ne è che durante la mia gestione Cattolica ha raggiunto risultati molto interessanti, ha aumentato il volume d’affari, abbiamo rafforzato i rapporti con istituzioni finanziarie che prima erano meno robusti.

Alberto Minali, neo AD di Revo Spac

Come avrebbe proseguito in Lungadige Cangrande se le fosse stata concessa la possibilità?

Io avrei chiesto al Consiglio di estendere alla rete del Banco BPM l’accordo di bancassicurazione e avrei continuato la pulizia della rete agenziale, perché secondo me ci sono delle sacche di recupero di efficienza che possono essere apportate, e poi credo che saremmo stati pronti per fare un ragionamento verso l’estero. Cattolica aveva tutte le caratteristiche per proporsi come un operatore nei mercati europei, con una politica di espansione selettiva e graduale.

L’ex Presidente Bedoni ha espresso la volontà di lavorare per Verona con Fondazione Cattolica. Scelta opportuna?

Quando ho letto sul giornale la volontà di Bedoni di essere un protagonista di Fondazione Cattolica ho ritenuto la posizione inopportuna. Poi ognuno è giudice di sé stesso.

Qual è stato il vero motivo della rottura?

Onestamente non lo so ancora dire, perché il 31 ottobre 2019, quando c’è stato il CDA che ha revocato le mie deleghe, io sono stato convocato, e chiamato d’urgenza il giorno prima, e l’ordine del giorno non era assolutamente chiaro, si parlava di una fantomatica lettera firmata da alcuni consiglieri che mi addebitavano delle cose, lettera che ho avuto un mese dopo. Durante il consiglio c’è stata una discussione, ma mai sul merito delle vicende. È stato poi approvato un comunicato stampa in cui il CDA ha confermato i target del piano industriale, la bontà del management e poi mi sono ritrovato la revoca. Un atto ingiustificato, illegittimo, tant’è vero che ora c’è una causa aperta al Tribunale di Venezia. Poi ci sono stati dei controlli da parte dell’autorità, dell’Ivass, la quale ha censurato il comportamento di alcuni consiglieri, difatti il Consiglio è stato completamente rinnovato. Mi hanno informato anche di un rapporto Consob, di cui io non dispongo, che ha messo i puntini sulle “i” dimostrando come la revoca delle mie deleghe fosse stata preparata molti mesi prima da parte del presidente Bedoni e da un gruppo a lui molto vicino. Evidentemente sono stato revocato perché non ero coessenziale a un sistema di relazioni e di potere in cui potevo forse essere d’inciampo.

La delusione è stata appianata dalla chiamata a Roma da parte di Papa Francesco per entrare nel Consiglio dell’Economia.

Sono rimasto molto stupito quando il 4 agosto ho ricevuto la telefonata del segretario del Consiglio per l’Economia, che mi ha anticipato la decisione del Santo Padre e mi chiedeva se la volessi accettare. Ovviamente ho risposto sì. Mi ha letto anche il testo di nomina in latino e devo dire che fa un certo effetto. Sono stato ripagato di un po’ di amarezze che il presidente Bedoni e i suoi consiglieri mi hanno riservato con la massima attenzione della massima Autorità della Chiesa Cattolica.

Il futuro di Alberto Minali, grazie anche a Revo, sarà comunque a Verona, giusto?

In parte è a Verona, cercheremo comunque di guardare anche fuori dalle mura della città perché, diversamente da quanto diceva Shakespeare, il mondo è fuori dalle mura. Di certo il mio futuro è nel mercato e al servizio degli investitori.

Verona, vista da Castel San Pietro
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