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Tra le 85 vittime anche il veronese Davide Caprioli, ragazzo di vent’anni che si trovava lì per un treno in ritardo e una coincidenza persa. Dopo 37 anni la verità non è ancora emersa.

“Nell’aria bruciata d’agosto, si è alzata una nuvola di polvere sottile. «Stazione di Bologna»: si può anche partire, per un viaggio senza ritorno”. Apriva e chiudeva così, Enzo Biagi, il suo articolo sul Corriere della Sera all’indomani della strage alla stazione di Bologna.

37 anni fa esatti, il 2 agosto 1980 alle 10,25, una bomba provocò 85 morti e 200 feriti. L’orologio della stazione, da allora, lì alle dieci venticinque si è fermato, per non dimenticare.

Tra le vittime anche il veronese Davide Caprioli, ragazzo di soli vent’anni, studente di Economia e Commercio. Un musicista talentuoso, sempre accompagnato dalla sua chitarra, anche quel maledetto sabato. Era nelle Marche, a casa della sorella Cristina, al Conero. Sarebbe dovuto rientrare il 1° agosto, lui e la sua ragazza Ermanna invece partirono all’alba del 2, da Ancona. Sarebbero dovuti arrivare a Verona alle 10.24, un minuto prima dello scoppio della bomba a Bologna. Ma il treno era in ritardo e persero la coincidenza. Destino.

Da anni Cristina è attivissima nel ricordare Davide. Ma se  la memoria passa anche dalla verità, la verità che dalle segrete stanze degli apparati di Stato in tutti questi lunghi 37 anni non è mai emersa.

«Stazione di Bologna», un appuntamento con la distruzione, scriveva Biagi. E anche con l’ignavia di Stato e il sonno della giustizia.

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