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(Foto in copertina @NicolaBerti)

Ventenne, della Valpolicella, volontario nel Paese africano per abbattere i pregiudizi.

Umberto Giacomello, originario di Negrar, a soli 26 anni, è partito ai primi di giugno per il Sud Sudan, il più giovane e tra i più poveri Paesi dell’Africa e del mondo. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente a Juba, dove adesso si trova, durante una pausa pranzo con i colleghi.

Umberto, qual è stato il percorso che ti ha portato in Sud Sudan?
Tutto è nato durante il biennio alla Facoltà di Economia di Padova, dopo il triennio a Verona. Mi sono trasferito a Padova per seguire un indirizzo in Finanza pubblica in lingua inglese e, durante la tesi, ho lavorato all’ospedale patavino nell’ufficio di Controllo di Gestione. Qui ho conosciuto un medico che aveva fatto parte del team di Medici con l’Africa CUAMM, la cui esperienza mi incuriosì molto. Decisi quindi di inviare un curriculum a questa Ong, che sapevo essere alla ricerca anche di figure con una laurea in Economia. Fortunatamente, iniziai subito due mesi di stage al CUAMM di Padova, al desk office per il Sud Sudan e, su proposta dei miei responsabili, ho scelto di continuare l’esperienza in Africa, dove rimarrò fino a febbraio 2018.

Quali sono le difficoltà del tuo lavoro?
Sicuramente la parte più difficile è organizzare i viaggi dei convogli umanitari che dalla capitale Juba devono raggiungere le zone più sperdute del paese. Non si possono fare previsioni di quando arriveranno perché le strade sono dissestate – ora siamo anche nella stagione delle piogge – e si incontrano pericoli e difficoltà ovunque.

Com’è vivere in Sud Sudan?
Ho sempre amato conoscere culture nuove, ma vivere in un paese così diverso dal nostro, dove anche i collegamenti telefonici sono spesso interrotti, rende tutto più difficile. Tuttavia, sto conoscendo un popolo accogliente, fatto di persone gentili, curiose, molto diverse e forse più determinate di noi. Sono stato colpito dalla cerimonia di laurea di 20 ostetriche, il cui corso di studi è stato finanziato dal CUAMM, che nonostante le difficoltà, sono riuscite ad ottenere questo titolo. Il confronto con il mio percorso è stato immediato. È interessante capire come l’incontro di culture così distanti possa alla fine abbattere il pregiudizio, basta saper accettare la relatività, e riconoscere la positività, di ciò che noi consideriamo diverso.