Transizione, nuovi stili di vita, co-huosing, gruppi di acquisto, reti di economia solidale; orti collettivi, villaggi ecologici, sostenibilità, decrescita; alzi la mano chi non ne ha mai sentito parlare almeno una volta, magari senza capirci molto. Che si guardi con interesse a questi fenomeni, o che li si bolli come mode stravaganti, è indubbia la loro esistenza e l’impatto che stanno avendo su molti settori della vita locale e globale. È attivo a Verona, presso l’università, un laboratorio interdisciplinare di ricerca sulle nuove pratiche di cittadinanza dal nome emblematico – TILT, che sta per Territori In Libera Transizione – che si occupa di analizzare questi fenomeni in tutte le loro sfaccettature, partendo dal lato pratico della analisi – e partecipazione – ai singoli movimenti, fino allo sviluppo di teorie e modelli. Un nome non casuale, perché è proprio un tilt, un cortocircuito nella quotidianità dei modelli finora imposti a livello globale, economico, ambientale, di pensiero, che questi movimenti vogliono provocare in chi li avvicina, nell’ottica di un cambiamento radicale sempre più urgente.

Cos’è TILT?

TILT è il frutto di un lavoro interdisciplinare e interuniversitario portato avanti da colleghi che, a vario titolo, si occupano di analizzare fenomeni quali la riorganizzazione degli stili di vita, le buone pratiche di cittadinanza, i nuovi modelli abitativi, lavorativi, relazionali tra i generi e le generazioni, in un momento di rottura legato alla crisi di un modello economico centrato sulla crescita economica e di ricerca di nuove teorie e nuove pratiche. Noi stessi siamo parte attiva di questi movimenti, perché queste sono sì tematiche interessanti ai fini della ricerca, ma sono soprattutto di grande attualità per il nostro vivere; portiamo avanti, quindi, una “ricerca impegnata”, che sente la responsabilità di una propria funzione pubblica che non può rimanere chiusa in un contesto ristretto di studiosi, ma che deve essere rimessa in circolo. Per questo, per diversi anni, abbiamo organizzato, presso l’Università, un ciclo di incontri dal titolo “Prove di futuro”, un’occasione per incontrare gruppi, presentare libri, creare momenti di discussione con gli studenti. Perché se è vero che c’è una sofferenza diffusa, soprattutto tra le giovani generazioni, legata ai molti problemi che si trovano ad affrontare, soprattutto in ambito lavorativo e di qualità della vita, è anche vero che, in giro per il mondo, esistono già tanti movimenti partiti dal basso che cercano nuovi modi per vivere, per lavorare, che stanno già facendo delle “prove di futuro”.

La “Verona che cambia” in quale stato di salute si trova?

Verona è molto vivace in questo senso e ha storicamente una sensibilità nei confronti di tematiche quali la riflessione sull’ambiente, l’agricoltura biologica, il femminismo, il pacifismo, il cooperativismo, sin dalle loro origini. Sono molti i gruppi locali attivi in questo senso, che godono di buona salute e collaborano attivamente tra di loro. Ci sono, nella nostra città, tantissimi punti-luce, che non sono isolati, ma creano costellazioni.

Come vedete il futuro di questo mondo in cambiamento?

Il tema del futuro è per noi fondamentale. In questo momento stiamo subendo una lettura del futuro come minaccia, piuttosto che come promessa, ed è terribile che le vecchie generazioni lascino in eredità ai giovani questo immaginario. Ed è proprio sull’immaginario che stiamo lavorando, sottolineando che un futuro diverso, non solo è possibile, ma esiste già in queste “prove di futuro” in atto. Le persone stanno già vivendo diversamente, i giovani stanno già trovando nuovi modi di lavorare, abitare, nuovi stili di vita, di convivenza, di relazioni tra i generi, tra le generazioni, con la natura… Siamo circondati da esempi in questo senso, anche a Verona. Ed è nostro compito narrare queste realtà, facendo sì che il futuro torni a essere promessa.