Ci sarebbe una correlazione tra geni e storia della popolazione cimbra, molto più aperta di quanto si possa pensare.

di Federica Lavarini

La tesi secondo cui i Cimbri discenderebbero dai danesi dello Jutland – in greco chiamati Kimbrikē Chersonesos – sconfitti da Gaio Mario nel 101 a. C. è stata sconfessata da una ricerca apparsa su Nature Scientific Reports il 1 febbraio 2017. Lo studio, coordinato dal Prof. Giovanni Destro Bisol dell’Università di Roma La Sapienza, ha effettuato l’analisi del DNA di 33 persone cimbre di Velo Veronese, tutte senza parentele di secondo grado, ovvero escludendo le persone con nonni in comune, come di prassi in questi studi, che vivono nel territorio e che sanno il cimbro, anche se non lo usano regolarmente visto che è una lingua in via di estinzione. Le persone che hanno partecipato allo studio hanno un’età tra i 20 e i 65 anni e sono state rintracciate grazie alla mediazione di Vito Massalongo, presidente dell’Associazione Curatorium Cimbricum Veronense, al quale gli studiosi hanno spiegato come sarebbe stata condotta la ricerca, come sarebbero stati trattati i dati genetici personali rispetto alla privacy e rassicurando rispetto a tutte le questioni che avrebbero potuto creare dubbi o timori.

I risultati dello studio, che ha coinvolto anche altre enclave linguistiche del Veneto, in particolare Sappada, Timau e Sauris nel bellunese, hanno evidenziato come i Cimbri non siano una popolazione chiusa, a differenza di quanto si pensa comunemente. «La struttura genetica dei Cimbri non è molto diversa da quella delle popolazioni aperte perché hanno conosciuto fasi di assimilazione con popolazioni limitrofe e di ripopolamento a seguito picchi demografici. È una storia complicata ma inclusiva – racconta Destro Bisol – mentre Sappada, Timau e Sauris hanno una storia più esclusiva, una sorta di reciproco isolamento tra comunità che non appare nel profilo genetico dei Cimbri».

Un’apertura che i ricercatori hanno riscontrato anche a livello interpersonale durante gli incontri con le comunità alle quali sono stati presentati i dati dello studio. Un do ut des molto importante per far sentire più partecipi le persone nello studio, anche emotivamente: «Non volevamo assolutamente apparire come dei marziani che arrivavano da un altro pianeta, prendevano dei campioni di saliva e poi sparivano nel nulla senza dire niente di quanto stavamo facendo» sottolinea Destro Bisol. Durante le riunioni con le diverse comunità i ricercatori hanno notato la marcata “apertura” dei Cimbri a livello caratteriale che, in un certo senso, sembrava riflettere la loro eterogeneità genetica: «A Sauris e Sappada le persone, anche se molto interessate e attente, avevano forse più timore a fare domande. I Cimbri invece ‘osavano’, si respirava un senso di grande curiosità nei confronti nostri e del nostro studio» racconta Destro Bisol.

«La maggior chiusura o apertura delle popolazioni storicamente isolate è sempre un effetto combinato della conformazione del territorio e della diversità linguistica, ma è difficile capire quanto abbia peso un fattore rispetto all’altro. Da una comparazione abbiamo visto che più si combinano questi due fattori, più a livello genetico si individuano i segnali di isolamento, come la presenza nel DNA di molti geni omozigoti». Questo studio, condotto anche grazie al sostegno della National Geographic Society, ridisegna le origini dei Cimbri oltrepassando la classica dicotomia tra popolazioni aperte e isolate: «Nella letteratura scientifica si fa questa differenziazione, ma nessuno l’ha mai messa alla prova» conclude Destro Bisol, che sul tema ha di recente scritto anche un libro, Italiani. Come il DNA ci aiuta a capire chi siamo (Carocci, 2016).

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