Abbiamo attraversato l’oceano, per scoprire come si vive dall’altra parte. Volevamo raccontarvi come amano e soffrono le donne dagli zigomi alti che abitano il paese guidato dal primo presidente indigeno, che riposa all’ombra delle Ande.

Dalle 21 alle 23, il mercoledì e il venerdì non c’è nessuno per le strade. I boliviani hanno un appuntamento. Fisso, irrinunciabile. Si chiama “Amor de madre” ed è la telenovela più seguita del paese. Esagerata, sopra le righe, come a volte riesce ad essere la vita lì, nel cuore del Sudamerica. Una sorta di tappa obbligata, che concilia la fine della fatica quotidiana. La guardano tutti, mi spiega Yera, 8 anni, che mi aggiorna sugli sviluppi di questa struggente soap opera, che ha per  protagonista una coraggiosa donna, guarda caso madre, sulle spalle un lavoro e del dolore. Il presidente Evo Morales, in una recente dichiarazione ha fatto sapere, senza mezzi termini, che il 60  per cento dei divorzi boliviani sono colpa delle telenovelas. Che l’infedeltà si impari prima sugli schermi di un televisore malconcio, che sulle strade della tentazione suona grottesco. Ma che il rispetto per la donna, inizi, anche solo come blando suggerimento, negli spazi di una soap forse, a suo modo, non è così male.

Qualcuno arrivando a La Paz ha detto che qui «è pieno di principesse». E guardando queste donne dalle lunghissime chiome trattenute nell’austerità di due trecce, dagli occhi scuri e dal sorriso raro, dono per pochi, lo credo anch’io. Non hanno un’età; si può provare il gioco di assegnare un numero a quegli anni che si portano addosso, ma per la maggior parte della loro vita li nascondono con attenzione nei lineamenti tagliati dal sole.

Muoiono tutte prima dei sessant’anni, mi dice, sottovoce, Abram, la nostra guida. Si chiamano cholitas. Il termine è un diminutivo da chola, che, mentre un tempo stigmatizzava con ferocia le figlie di coloni e donne indigene, oggi è un nome da gridare in giro, come un vanto. Nel 2013 il governo locale di La Paz le ha dichiarate “patrimonio culturale” della città e il motivo lo si capisce subito. Queste donne che celano i loro corpi goffi e forti nei mille strati delle pollere (gonne tipiche della tradizione andina, ndr) sono delle lottatrici e, semplicemente, combattono. Lo fanno di giorno vendendo salteñas e empanadas ai bordi delle strade, lo fanno la notte quando si sfidano in improbabili, incredibili e seguitissimi incontri di lotta. Portano una spilla a forma di farfalla le più forti, le noto, quasi arroganti, per le strade in salita della capitale più alta del mondo.

Al terminal degli autobus  ne scorgo una che allatta il figlio tra i rifiuti. Sulla testa inclinata verso il suo piccolo, pende la bombetta europea e attorno alle spalle l’imprescindibile tessuto andino. Insuperabile esempio della commistione che ha trascinato il pezzo più improbabile del guardaroba spagnolo nell’universo degli abiti tradizionali dei nativi. La rivoluzione e il cambiamento passa anche dai vestiti. Oggi, essere ricoperte da colori esotici, e ovviamente, da una miriade di gioielli, tra le dita e sui lobi ha tutto un altro sapore; quello della rivalsa.  Dal 2014 c’è persino Cholita, un magazine di moda,  un vero e proprio Vogue andino che mette in copertina l’originalità delle cholitas paceñas. «Prima, meno aymara ( una delle principali etnie locali, ndr) eri più mobilità sociale potevi avere» mi spiega Abram.

Fino al 1990 sarebbe stato impensabile entrare in un ufficio governativo con la pollera. Con l’arrivo di Morales, nel 2006, il discorso è cambiato; il PIL della Bolivia è triplicato, la percentuale delle persone che vivono sotto la soglia delle povertà è calato del 25 per cento, l’ analfabetismo è diminuito. È un presidente particolare che lo spagnolo l’ha imparato solo in età adulta. Da quando è al potere ha  nazionalizzato gran parte dell’economia (petrolio, gas, zinco, stagno e servizi pubblici) e, soprattutto, ha dato alla maggioranza indigena, due terzi della popolazione totale, voce in capitolo per quanto riguarda le decisioni politiche a livello nazionale.

Elide è la donna delicata e forte che riassume tutte le altre. È rimasta, per i casi della vita, senza un uomo a cui appigliarsi. Lei, chioma nera e quarant’anni, è un esempio delle innumerevoli famiglie monoparentali del paese. Frugo con gli occhi nella sua grandezza; ha una figlia e si occupa per lavoro e passione dei figli degli altri, organizzando il doposcuola, con il pasto e la merenda compresi «così vengono tutti i giorni», al centro San Josè di Mineros, nel Dipartimento di Santa Cruz. Tra i suoi ragazzi c’è Maite, 14 anni,  scrive ma non sa leggere. L’alfabetizzazione, tra le prime azioni del governo, non nasconde alcune delle sue fragilità. A scuola si impara a scrivere copiando testi che non si sanno leggere. Dalla sua baracca, orfana di padre, con la mamma lontana nei campi di canna da zucchero, mi guarda . E lo fa con occhi pieni che esigono indietro il conto di ogni altro sguardo passato.