ECONOMIA BRESCIA REDAZIONE GIORNALE DI BRESCIA NELLA FOTO DA SX IRENE TOMASONI LUCIA DAL NEGRO MARIA LUISA VENUTA FONDATRICI DE-LAB 06-06-2013 GIUSEPPE ZANARDELLI AGENZIA REPORTER

Unire guadagno ed etica sociale e ambientale? È possibile! Come, lo spiega Lucia Dal Negro, ventinovenne veronese, fondatrice di De Lab, la prima realtà italiana a occuparsi di “business inclusivo”

C’era una volta un mondo in cui business ed etica si scontravano continuamente, soprattutto in quei Paesi in via di sviluppo in cui leggi troppo permissive e politici compiacenti facevano prevalere gli interessi del singolo sul bene comune. Mondi distanti, che faticavano ad avere punti di incontro. Finché nei primi anni 2000, Stuart Hart, professore americano, stanco di questa dicotomia, elaborò la teoria “Base della Piramide”, poi rinominata “Business Inclusivo”, dimostrando come questi diversi aspetti fossero conciliabili, permettendo alle aziende sì di guadagnare, ma nel rispetto dell’ambiente e dei diritti delle persone.
La “favola” del business inclusivo di fantasioso non ha nulla, di fantastico invece sì, e molto. Perché unire business, etica sociale e ambientale in un modello produttivo reale permette di ripensare all’economia d’impresa in un modo completamente nuovo, consentendo, nel tempo, il superamento delle ingiustizie sociali che caratterizzano in particolare i Paesi più poveri. Se poi si aggiunge l’aspetto “inclusivo”, cioè l’impegno a includere, nella propria azione, lavoratori e abilità locali, si ottiene un modello di business davvero innovativo.
Di business inclusivo, da noi, non si sente parlare. Eppure è proprio una giovane dottoressa veronese, Lucia Dal Negro, ad aver importato questo concetto nel Belpaese, dando vita, insieme a Irene Tomasoni, a De Lab, il primo – e unico – team di esperti in questo settore presente in Italia, accreditato presso il BOP Global Network, rete globale di ricerca e sviluppo delle tematiche di Inclusive Business. Anzi, di esperte, perché di un gruppo di donne si tratta. Con le fondatrici, infatti, collaborano anche Maria Luisa Venuta, docente di microeconomia presso l’Università Cattolica di Brescia, Cornelia Rietdorf, tedesca, esperta di mercati asiatici, Shruti Sharma, indiana, e Phuong Nguyen, vietnamita.
«De Lab – spiega Lucia Dal Negro – è l’applicazione concreta della mia tesi di dottorato. Mi sono occupata di studiare il collegamento tra attività profit di aziende e imprese e il miglioramento di condizioni sociali e ambientali sia all’interno di comunità in via di sviluppo che in comunità localizzate in economie avanzate. Questo tipo di approccio, applicato oltre il core business si chiama “responsabilità sociale d’impresa (CSR) ” mentre quando va ad interessare il vero e proprio core business aziendale si chiama “business inclusivo”» spiega Lucia.
Nel concreto, le esperte di De Lab affiancano imprenditori intenzionati a investire in Paesi in via di sviluppo, per far sì che questo avvenga nel modo più etico possibile, nel rispetto di tutte le dimensioni che caratterizzano il business inclusivo: la parte “green”, la parte “social” e la parte “profit”. «La sfida è garantire un ritorno profit e la creazione di un mercato duraturo, evitando però quelle distorsioni nel collegamento commerciale tra le due realtà che creano un rapporto non alla pari, fonte di squilibri a sfavore del Paese più debole, in un’ottica imprenditoriale “colonialista” ancora molto diffusa» prosegue Lucia. In Italia, poi, De Lab si occupa anche di innovazione sociale, affiancando le imprese nella sviluppo di indicatori sociali, nel welfare d’impresa, nell’impact assessment e nella comunicazione sociale.
Una “favola” a lieto fine, quindi, quella del business inclusivo? Sembrerebbe di sì, ma c’è bisogno dell’impegno di tutti per poter tradurre in chiave italiana questa nuova frontiera dell’innovazione di mercato. «Vorremmo far capire agli imprenditori del nostro Paese che ora è possibile dar vita a progetti di questo tipo, forti del supporto di centri come De-Lab e di reti internazionali come quella del BoP Network. Soprattutto in una fase storica come questa, bisogna avere il coraggio di credere in questi nuovi modelli per rilanciare il nostro potenziale di crescita» conclude Lucia. Non c’è più scusa, insomma, oggi, per non ripensare a un’economia diversa.