Fa solo 6 mila bottiglie all’anno, quando ne potrebbe produrre 80 mila.

E visto e considerato che «il vino lo possono fare solo i poeti, gli altri fanno bevande» non è un caso che Zeno Zignoli, 49 anni, abbia vinto il premio Decanter 2017, uno dei più prestigiosi nel mondo del wine.

di Francesco Barana

La coscienza di Zeno. “Mi chiamano alle conferenze per parlare del mio vino, ma non mi interessa parlare del mio vino, ma di agricoltura, terra e biodiversità”. La coscienza di Zeno (bis): “Il vino è di chi lo merita e se non si rispetta un equilibrio etico non lo si merita. Ho otto ettari di vigne, ma ne utilizzo due, potrei fare 80 mila bottiglie, ne faccio meno di 6 mila”.

Zeno ZignoliLa coscienza di Zeno (ter): “Non faccio pubblicità, voglio che sia la gente a cercarmi e a scegliermi”.  Zeno è Zeno Zignoli della cantina Monte dei Ragni in località Mazzurega a Fumane, piccolo agricoltore “indipendente” vincitore del premio Decanter 2017 (dall’omonima rivista inglese) – forse il più prestigioso concorso vinicolo al mondo – con 98/100 per il suo amarone 2010. Zeno per scelta produce poco, ma vende in Inghilterra, Stati Uniti e Giappone.

“Non sono nato proprietario, ho fatto per anni il dipendente, sono venuto qui vent’anni fa dopo aver conosciuto mia moglie della famiglia Ragno. La mia fortuna è stata trovare delle vigne vecchie, la vecchiaia aiuta, vale per le piante come per l’uomo, tu riusciresti a parlare di Socrate con un bambino delle elementari?”.

Zignoli è questo, ti provoca e coinvolge. Tra Socrate e Veronelli (il famoso anarchenologo, giornalista e scrittore), Hemingway e De André e i sogni di anarchia di Bakunin.

Non è la norma trovare un agricoltore che cita Socrate…

Qualcuno diceva: “Il vino lo possono fare solo i poeti, gli altri fanno bevande”. Va analizzato il senso delle parole: agricoltura è una parola straordinaria, etimologicamente significa agri-cultura e non agri-ignoranza. Il problema nel mondo dell’agricoltura è che si legge poco. Dovremmo meditare: la terra è madre, il principio cardine di ogni agricoltore dovrebbe essere prendersene cura, non sfruttarla, perché non ne abbiamo una di riserva. Nell’antica Grecia la terra veniva data solo a chi godeva del rispetto della comunità, pure l’Impero Romano la concedeva in gestione solo a chi rispettava degli obblighi legati all’interesse pubblico.

Oggi invece?

Negli ultimi 40 anni la terra l’hanno avvelenata. La monocultura è deleteria: sfrutta la terra anziché prendersene cura. Ma oggi la mentalità in parte sta cambiando e si sta recuperando la filosofia delle origini, anche se più per necessità che per volontà.

Cosa intende?

Oggi chi compra ha più coscienza e conoscenza, direi consapevolezza su cosa mangia, non guarda solo al risparmio, di conseguenza chi produce è costretto a cambiare. Da qui la positiva realtà dei mercati a km zero, che tuttavia è nata per esigenza e interesse e non per volontà. In realtà bisognerebbe cambiare per intelligenza e non per costrizione; il cambiamento andrebbe pensato, preparato e non subìto.

Dicono, per lei che fa solo 6 mila bottiglie l’anno è facile…

Facile? La mia scelta è la più difficile. Mi ha spesso isolato, escluso. Non è facile scegliere di usare due ettari a vigna quando potresti averne otto che diventano 80 mila bottiglie che sono dei bei soldi. Anche perché lo stereotipo che la qualità paga è una cazzata, quello che conviene è un prodotto su cui ci puoi guadagnare tanto. Nel far le cose buone invece si spende, non si prende.

In lei si sentono gli echi delll’anarchenologo Luigi Veronelli, la possiamo definire un anarcagricoltore?

Solo se il termine anarchia, che non vuol dire confusione, lo si riconduce al suo vero significato, quello di Bakunin, cioè un’organizzazione di persone che condividono delle regole. Veronelli l’ho conosciuto personalmente da giovane, ma l’ho approfondito in età matura leggendo le sue pubblicazioni. Il mio vero ispiratore è stato Alberto Benedetti, il prete del Sheré, che ho avuto la fortuna di conoscere, un personaggio straordinario e scomodo che in vita è stato condannato, isolato e vilipeso per le sue idee. Ora magari che non c’è più lo santificano…

Succede spesso così…

Sì, quando non ci sei più e possono modificare a piacimento la tua storia ed è lì allora che diventi santo.

banner-gif
Articolo precedenteL’istituto dei Missionari Comboniani compie 150 anni
Articolo successivoStorie di Lucania alla Sala Africa