Otello Perazzoli

«A ci nasse sfortunà, ghe piove sul cul anca a star sentà», è forse il proverbio preferito di Otello, proprio per la durezza e la tristezza del significato. Un detto che raccoglie in sé l’eterna condizione umana che spiegata in prosa e così parafrasata «i signori restano signori. E i pitochi… Iè pitochi e basta».

Otello anche quest’anno sarà tra i protagonisti del festival internazionale Tocatì. Canterà e racconterà le tradizioni veronesi e venete. Visto che, citando Gustav Mahler, «la tradizione non è culto della cenere, ma custodia del fuoco», occorrono dei Noè della cultura alle nuove generazioni per tenere accese le braci. Uno di questi è di certo Otello.

Sessantanove anni, di Illasi, ex professore di lettere alla scuola di Selva di Progno, da una trentina testimone di un’epoca passata, raccontata ormai da pochi. «Non son mia bon de scrivere, ma son bon de lesare», si giustifica per l’utilizzo di tante citazioni. Otello narra la vita di tutti i giorni dei nostri antenati e per il Tocatì ha già impostato una scaletta, che è comunque pronto a rimpastare in base alla reazione della platea: «canterò le attività di campagna, i proverbi del seminare e del raccogliere, poi sarà il momento della vita matrimoniale».

Sono detti impregnati di un maschilismo ormai, fortunatamente, superato, come «donna bella e vin bon iè le prime robe che te lasi in abandon», che potrebbe essere tradotto, sempre le utilizzando le parole di Otello, come «la situazione per cui ogni scarpa diventa una ciabatta, con l’andare del tempo». E quindi meglio scegliere bene, fin da subito: «Tolo smarso ma che el sia sior», in modo che ti permetta di fare una vita agiata.

Il segreto? «Non fare busi»

Va detto che, al di là di qualsiasi sensibilità estetica, ogni bellezza è destinata a deperire. E forse nella vita, come nella professione di cantastorie, il segreto più grande è «non fare busi». In pratica se la storia non è di particolare interesse bisogna cambiarla. E adattarsi al tipo di pubblico che si ha davanti. «Vogliono lo scherzo o il gioco? Si cambia in corso d’opera». Perché «ascoltare le persone è importante, e arricchisce».

Con in mano il suo organetto diatonico, Otello rievoca i momenti di svago di un’epoca, come quando si lavorava nei campi con l’intera famiglia, i grandi ritrovi della vendemmia e del filò, situazioni che ora non esistono quasi più. «Prendiamo atto della globalizzazione ma non per questo dobbiamo perdere la nostra identità». Quello che possiamo fare è valorizzare il dialetto, tramandare le abitudini di una volta alle nuove generazioni e risvegliare, in chi può, antichi ricordi.

Leggi anche: Cosa significa “veronesità”? L’editoriale di Pantheon 113

Sfoglia Pantheon 113 – Speciale Tocatì